Cinque anni fa se n’è andato il grande Abramo.
Questo è il racconto che avevo scritto per lui.
È sempre così che la penso.
c.

La foto è di Paola Zulia Rizzu

 

Abramo

Quando cammino per le strade di Sassari, spesso, mi sembra di vedere Abramo. Specialmente nella parte alta del corso, davanti al caffè dove l’ho incontrato più di una volta, sulla porta a fumare una sigaretta veloce, col braccio già pronto a salutarmi da lontano. Era proprio sotto casa sua. Il vicolo che si affaccia sul corso, tutto tappezzato di quadri, una piccola galleria in strada che porta dritti al suo portone. Abramo era di quella zona, era quella zona. Mi ricordo di un giorno che attraversavamo piazza Tola prima che diventasse una splendente piazza Tola. Scendevamo verso casa sua e lui mi raccontava di certi ‘mostri’ tra i suoi vicini, diceva che il fatto che fossero amici tornava utile per muoversi con tranquillità nel quartiere. Poteva stare certo che nessuno gli avrebbe rubato la moto.

A casa sua sono stata forse una volta sola, mi ricordo il terrazzino tra i vecchi tetti dove si svolgevano, in tempi di divieto assoluto, arrostite di zimino di prima qualità, i cui fumi contribuivano a condire l’aria già satura di pesci puzzolenti lasciati a seccare fuori dalla finestra dai cinesi e di fritture di platano dai sovraffollati appartamenti dei senegalesi. Mi ricordo lo sguardo allegro e ingenuo di sua madre e quello fiero di suo padre. Amore nell’aria e risate, una famiglia che funziona, pensavo, e mi chiedo se un esempio così non faccia altrettanto male di uno cattivo. Tutta quella felicità che ti si para davanti ogni momento e a quasi quarant’anni ti accorgi che non sei in grado di costruire niente di simile, il tempo scorre e ti lasci portare via dalla facilità delle nottate sempre uguali, rassicuranti, sempre a casa col sole già alto, molta birra pochi pensieri, e poco a poco l’aria si fa amara e ti dimentichi di tutto. Da dove era partito tutto, dove avresti voluto andare. E sparisci dentro il fiume come un grosso Jeff Buckley, canticchiando Satisfaction invece di Grace.

Abramo era Sassari, un concentrato del migliore spirito della cionfra sassarese, una specie di rappresentante ufficiale. Aveva sempre un braccio verso il cielo col pollice in sù, la mano grande pronta ad agitarsi per il prossimo saluto, una raffica di strette forti e di sorrisi a uno e all’altro, sempre a voce alta. La festa la faceva lui, bastava quel corpo grande e grosso, la camicia aperta sulla collana da tupamaro, la risata contagiosa dai denti perfetti. Abramo al Cavallo Pazzo, Abramo da Goffredo, Abramo al Tumbao. Corpo di orso e cuore da bambino.

Vado in giro per la città e Abramo me lo ricordano tutti, perché era il vecchio amico di tutti. Ci sono binomi indissolubili nella mia testa che si chiamano Abramo e Marcello, Abramo e Fernando, Abramo e Massimo, Viviana e Abramo, Debora e Abramo, Angelino e Abramo, Samuele e Abramo. Del duo Abramo e Marcello ho ricordi come quello del Messico, quando scrissi un itinerario per loro che avevano in programma di andarci e nessuna idea di dove. Arrivati a Isla Mujeres, la prima tappa in programma, si trovarono nel tavolino a fianco proprio Graziano, un mio caro amico a cui, con un onesto copia e incolla, avevo mandato lo stesso itinerario, ignorando il fatto che sarebbero partiti esattamente nelle stesse date. Si buttarono così in un inaspettato tour comune, si divertirono e mi lasciarono un regalo segreto in non so più quale armadietto dell’ostello di Poc-Na, che avrei raggiunto poche settimane dopo, anche io in giro per il Messico, guidata da una serie di indizi che mi mandavano per mail. Il regalo consisteva in un ciondolo di pietra nera fatto da un artigiano e una scritta a pennarello sull’interno dello sportello: No paghemmu un cazzu, forza Torres.

C’è una fase finale della storia di Abramo che ho visto un po’ da lontano, che è quella di Abramo a Porto Ferro, anima del baretto, buttafuori, ballerino, barman, testimonial. Di quel momento ho il ricordo di un incontro casuale in fila in banca ad Alghero, io con l’incasso del giorno prima da versare, lui che sembrava lì per una rapina alla Point Break: infradito e bermuda, camicia sbottonata sino all’ombelico, immancabili ray-ban e la sua pancia bella sempre più tonda. Abbiamo riso come sempre e ridendo abbiamo parlato delle ultime disavventure e della possibilità di uscirne bene.

Ma Abramo era esagerato in tutto. Eccessivo e pazzo. Sfacciato con il suo tanga al mare, senza freni nella quantità di amore che ha sparso. Troppe sigarette,  troppa fiducia in un corpo che non ha retto a vent’anni di stronzate. Forse va bene così. A parte quella madre che ha perso l’allegria degli occhi, a parte il dolore nostro. Forse ci vuole qualcuno come lui che si sacrifichi per tutti in nome della libertà assoluta di fare quello che si vuole, di sbagliare, di strafare, in nome del rock’n’roll. Per ricordare a tutti il lato assurdo della vita, quello che non porta per forza da qualche parte, verso il successo, verso una produttività obbligatoria. Abramo ha vinto tutto, in fondo. Di certo più di qualcuno che campa cent’anni senza produrre un centesimo della sua vibrazione. Io propongo un monumento ad Abramo nella sua città, magari in piazza d’Italia al posto dell’inutile Vittorio Emanuele, o meglio in Piazza Tola, in basso: una scultura del bellissimo Abramo, Cavallo Pazzo nel cuore di Sassari.

 

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